Digitalizzare: sì, ma come?

L’art 117 Costituzione recita che «lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: […] r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e locale; opere dell’ingegno». Su questo tenue appiglio s’impernia, spesso attraverso un’interpretazione estensiva, l’intero riparto delle competenze Stato/Regioni sull’agenda digitale. Ma è incredibilmente obsoleto, oltre che inadeguato, descrivere il digitale come un «coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione».

Digitale è interoperabilità, efficienza, partecipazione, accountability, trasparenza, security: in altre parole, governance e processi. Ma questo, al di là della complessa questione delle competenze regionali, significa incidere sull’autonomia organizzativa delle articolazioni dello Stato e degli enti locali. La vera sfida è allora costruire un modello di trasformazione digitale sufficientemente decentralizzato da essere compatibile con la struttura profonda della nostra amministrazione pubblica. Però attenzione: un modello decentralizzato richiede una visione e una strategia centrali tanto più cogenti quanto maggiore è il grado di decentralizzazione.

Del resto, oggi la digitalizzazione “per silos” è, almeno in parte, compiuta; resta da fare la cosa più difficile, mettere insieme i “pezzi”, costruire piattaforme digitali trasversali e se necessario (cioè sempre) ridisegnare i processi su cui quelle piattaforme si innestano. E sì, parliamo di processi che attraversano più articolazioni dello Stato, e quindi di un soggetto (non transeunte: non ricadiamo nella retorica dell’emergenza) in grado di esercitare ove necessario un’azione che vada oltre il semplice coordinamento. Soprattutto, in grado di operare quella rivoluzione copernicana che consiste nel rimettere il cittadino al centro («I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione», art. 98 Cost.) e nel sottrarlo all’ingrato compito di fare da “vettore di dati” tra pubbliche amministrazioni che altrimenti non si parlano. La trasformazione digitale, se vuole avere un impatto profondo, richiede un impegno del potere esecutivo al livello più alto, e quindi un commitment politico assoluto. Se si trattasse solo di tecnologia, sarebbe tutto molto più facile…

Se mi si consente un’immagine forte, la costruzione dell’amministrazione digitale è un po’ come la dittatura del proletariato nella dottrina marxista: un passaggio storico che trova il suo compimento nel suo diventare pleonastico quando l’opera è compiuta. Andiamo verso un futuro in cui l’amministrazione o è digitale o, semplicemente, non è.